Guardare ↑ Captive State Streaming Ita Completo In Italiano

Captive State Streaming ITA
Guarda Captive State Streaming Ita Completo Film Completo HD. Captive State in altadefinizione gratis e senza registrazioni da pc , computer, tablet e smartphone.


Anno :
Durata : 110 Minutes

Paese: Amblin Entertainment, Participant Media, Focus Features
Regia: Rupert Wyatt, Erica Beeney, Rupert Wyatt, Alex Disenhof, Rob Simonsen, Andrew Groves, Rupert Wyatt, David Crockett, Keith P. Cunningham, Abby O’Sullivan

Genere : Thriller, Fantascienza

Attori : John Goodman, Vera Farmiga, Ashton Sanders, Machine Gun Kelly, Madeline Brewer, Alan Ruck, James Ransone, Kevin J. O’Connor, Ben Daniels, D. B. Sweeney
Qualità : DVD RIP

Note :

Qualità standard ( 720P )

SINOSSI del Film:
Quasi un decennio dopo l’occupazione della Terra da parte di una forza extraterrestre, il nuovo governo alieno viene accettato da una parte della popolazione, ma un’altra fazione s’è organizzata per dare vita a una ribellione con l’obbiettivo di riconquistare il controllo sul pianeta.


Trailer : Guardare Captive State Streaming ITA

Tags: Captive State Streaming ITA, Captive State Film Streaming, Captive State film streaming ita, gratis Film, Guradare Captive State Film HD, Guarda Captive State streaming

Sinossi : Pagina
streaming : Pagina
Trailer : Pagina

UN FILM DURO, RAGIONATO, COMPLESSO. UN PERFETTO ESEMPIO DI CINEMA DI FANTASCIENZA REALISTICO E AMBIZIOSO.

Una famiglia cerca di fuggire dalla Chicago occupata dagli alieni ma non ha fortuna e sopravvivono solo i due giovani fratelli Rafe e Gabriel. Nove anni dopo, nel 2025, Rafe è scomparso, dato per morto si è in realtà unito alla resistenza, mentre Gabriel lavora a chip di cellulari da cui vengono estratti dati per gli archivi degli occupanti alieni. Trova il modo di farci su anche qualche soldo sul mercato nero e insieme a un amico prepara una barca per la fuga dalla città, ma i suoi piani sono stravolti dal ritorno di Rafe e dalle azioni terroristiche della resistenza. Sulle quali indaga anche il detective William Mulligan, che vuole proteggere il quartiere di Pilsen dalla rappresaglia aliena.

Gli Stati Uniti non sono mai stati occupati, così inventano attraverso la fantascienza i propri scenari di occupazione e Rupert Wyatt lo fa guardando ai modelli alti di Gillo Pontecorvo e Jean-Pierre Melville, con solo una punta in più di ottimismo.

Sorretto da una straordinaria colonna sonora di musica elettronica, incalzante e originale, firmata da Rob Simonsen con sonorità che a tratti si avvicinano ai Pan Sonic, Captive State racconta gli Stati Uniti invasi senza scorciatoie, dove la Resistenza si deve muovere in totale clandestinità, con astuzia e grandi sacrifici, che investono anche i rapporti umani più basilari. Il che dà luogo a un film duro e complesso, dove i personaggi non ci sono presentati in modo canonico e anzi si moltiplicano con il procedere del film, spesso senza che nemmeno se ne conosca il nome ma si veda solo il volto segnato, impaurito eppure determinato.

Tra i ribelli troviamo attori per lo più televisivi come James Ransome e Ben Daniels, oltre a Jonathan Majors (Hostiles) nei panni di Rafe. Hanno invece un ruolo più ambiguo la misteriosa prostituta interpretata da Vera Farmiga e il detective che ha il volto del sempre ottimo John Goodman, qui collaborazionista ma pure molto protettivo nei confronti di Gabriel, che è l’ex ragazzino di Moonlight Ashton Sanders. Infine a capo delle forze di polizia della città c’è un caratterista di razza come Kevin Dunn (Veep).

Scritto insieme alla moglie Erica Beeney dal regista Rupert Wyatt, già fattosi notare per una sci-fi intelligente e a budget relativamente limitato con L’alba del pianeta delle scimmie, Captive Strate riprende dichiaratamente La battaglia di Algeri e L’armata degli eroi, tanto che il nome di Melville è anche sulla porta d’ingresso di uno stabile al centro della vicenda. Si ritrovano di quei film la durezza della situazione e le spietate scelte che questa impone ai personaggi, decisi a rischiare la propria vita pur di sferrare un attacco contro gli alieni nella speranza di un risultato soprattutto simbolico, ossia dimostrare che la resistenza è possibile. Il silenzio, la cautela e l’efficienza dell’organizzazione paramilitare caratterizzano Captive State così come i suoi modelli e il film dà il meglio di sé in una lunga parte centrale, in cui viene compiuto un attentato.

CAPTIVE STATE, IL CINEMA È ANCORA CAPACE DI MINARE LE NOSTRE CERTEZZE

Nel magico mondo del web, bello soprattutto in quanto vario, capita anche di leggere che “Captive State sia il film dell’anno sino a qui”. Considerato che siamo a marzo, suona come un concetto quantomeno effimero, oltre che frutto di un’evidente tendenza all’esagerazione e al clamore acchiappa-click. Ma nasconde una possibile aura da cultizzazione che accompagna come un amico invisibile il film di Rupert Wyatt. Un regista (e qui anche co-sceneggiatore, insieme alla moglie Erica Beeney) già avvezzo al processo di trasformazione silenziosa in cult, dopo il successo di L’alba del pianeta delle scimmie, che resta – ad oggi – uno degli esempi più riusciti di reboot, specie considerato il precedente tentativo e semi-fallimentare tentativo di Tim Burton.

Come per le vicende di Cesare e delle altre scimmie antropomorfe, anche in Captive State la fanno da padrone estetica e narrazione da B movie, sbilanciamento tra approfondimento dei personaggi e gestione del pathos, necessità resa virtù su tutto quel che comporta il ricorso agli effetti speciali.

Difficile rimanere terrorizzati da alieni accuratamente illuminati il meno possibile, ma il budget fa quel che può: se i 22 milioni di dollari di Captive State possono sembrare una cifra da produzione medio-grande, infatti, bisogna paragonarla a quel che oggi – dopo la disney-marvelizzazione dell’universo cinematografico – è il budget tipico di un blockbuster di fantascienza. Sotto i 100 milioni di dollari, in genere, non ha luogo d’essere alcuna simulazione filmica di invasione planetaria.

Eppure, nonostante indubbi limiti di montaggio e fluidità, benché la stessa produzione si sia dimostrata scettica fino all’ultimo – uscita posticipata, proiezioni stampa annullate, embargo prolungato – Captive State si presta terribilmente all’ideale chiacchiera post visione, da “bar del cinema”, a quella antica abitudine che include interpretazioni più o meno strampalate e letture più o meno politiche. Materia ideale per fare del film di Wyatt un sub-cult destinato a crescere.
Perché Captive State non fa niente per nascondere, o meglio, fa di tutto per evidenziare, la propria filiazione dal cinema di lotta di John Carpenter o Brian Yuzna. L’allegoria usata come strumento più antico del mondo per raccontare quel che non va nel nostro presente, nascondendolo in situazioni archetipiche o di fantasia. Perché gli alieni, i Legislatori, si vedono poco e spaventano ancor meno, al di là di un cacofonico scricchiolio? Perché il vero villain, l’obiettivo della paranoia da invasione sta altrove, come stava altrove quando orde di radioascoltatori impazzirono di fronte alla voce di Orson Welles che recitava “La guerra dei mondi”. Ieri era la guerra fredda, oggi è un potere più occulto e nascosto.

Author: admin